Scuole dell’infanzia, un futuro da ripensare

Marzo 7, 2008

Ho ricevuto una mail da parte di un genitore/cittadino, sempre sul tema degli asili comunali e la cosa mi ha fatto riflettere, sia per l’accorata risposta collettiva che il precedente post sui precari del Comune ha provocato, sia per le riflessioni che sviluppa.

Un istituto scolastico che per rigidità amministrative non riesce a trovare un dialogo con genitori motivati e coinvolti, perde un’occasione e costringe a porsi degli interrogativi rispetto alla strada che si debba percorrere nel riformare un paese che da troppo tempo è ripiegato su se stesso.

Riporto la lettera, omettendo per motivi di privacy il nome del mittente, perché credo possa dare un buono spunto di riflessione anche per il blog.

“Consigliere Cammarta,
ho visto dal suo blog che il problema della precarietà delle insegnanti negli asili nido è un nervo scoperto: basta sollecitarlo anche poco e la reazione è subito vibrante.
Non me ne stupisco. La mia esperienza di genitore è analoga.
Le spiego subito.
Il mio primo figlio è iscritto presso una scuola dell’infanzia del Comune di Brescia. Per la nostra famiglia è stato un vero sollievo riuscire ad iscriverlo proprio presso la scuola che avevamo scelto, tanto più se si considera che per vari problemi, il nostro bimbo aveva frequentato un nido privato. Il passaggio al pubblico è stato accolto positivamente, un po’ perché crediamo che la scuola, in ogni ordine debba essere un diritto, debba essere libera e laica, e per far questo è indispensabile che sia pubblica;
un po’ perché, avendo due figli, non saremmo stati in grado di sostenere due rette.

Così mentre il primo affronta l’avventura “nell’asilo dei grandi”, il più piccolo, per forza di cose vieniva iscritto nello stesso asilo privato che già avevamo imparato a conoscere.

A questo punto la mia famiglia si trova a vivere due percorsi scolastici per molti versi analoghi ma con esiti decisamente diversi.
Presso il nido privato, la direzione, per motivi puramente amministrativi decide di non riconfermare una maestra. La cosa ovviamente indispettisce i genitori che pretendono una continuità didattica, fanno pressione sulla proprietà ed ottengono la conferma della maestra. Scuola privata=il cliente ha l’ultima parola.

Nella scuola d’infanzia, analogamente, si viene a sapere che la maestra di riferimento della sezione, che in qualche modo ha spinto molti ad iscrivere il figlio in quella scuola e non in un altra, rischia di non essere confermata il prossimo anno, si scopre che ha una supplenza annuale, e che è esasperata dalla situazione, tanto che, pur amando il suo impiego, amando quel progetto didattico, sta pensando di cambiare radicalmente lavoro.
I genitori, tanto quanto nel nido, decidono di farsi sentire, passano dal rappresentante di classe alla direzione, attraversando tutte le tappe obbligate della burocrazia, per scoprire… che negli asili comunali ha l’ultima parola il regolamento.

A questo punto mi chiedo, ma che regolamento può essere quello che prende un’insegnate ben inserita con le colleghe, punto di riferimento per i bambini, adorata dai genitori e la porta in un altra scuola.

Mi chiedo, ma è mai possibile che debbano sempre essere le cose meno importanti a contare quando ci si trova di fronte ai regolamenti comunali, è mai possibile che le persone, siano essi mamme, papà, insegnanti o bambini, siano sempre quelli che si devono adattare?

Quello che penso è che l’istruzione dei figli debba essere affidata a degli istituti formativi veramente liberi, dove conti il bambino e non la retta che i genitori pagano, dove gli insegnati siano liberi da condizionamenti terzi.
Questo però lo non lo si può ottenere nascondendosi dietro fantomatici disciplinari, accontentando le paranoie burocratiche contro il parere dei genitori a discapito dei bambini.

Altrimenti finisce con l’essere meglio rivolgersi ad istituti privati, dove, pagandoli, sono costretti ad ascoltarti.”


2 marzo 2008 - è nata Maya

Marzo 3, 2008

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Inno alla vita dell’elefantino Rosa

Febbraio 21, 2008

http://www.firmiamo.com/liberadonna


Nella serata di ieri, 20 febbraio 2008, ospiti della trasmissione Matrix, due vecchi amici, colleghi di qualche anno fa, Giuliano Ferrara e Barbara Palombelli.

Ferrara sembra un ragazzino, un adolescente che partecipa alla prima assemblea di istituto, parla di responsabilità, amore, responsabilità nell’amore, del grande insegnamento datoci dagli ultimi due papi e tutto il suo solito repertorio retorico.

La Palombelli più pratica, concreta, inizia a parlare di difesa della 194, di una società che non supporta le ragazze madri, il disagio nel non avere la sicurezza di asili nido, il rischio del licenziamento in caso di maternità, ricorda le motivazione della battaglia della 194, ovvero la lotta all’aborto clandestino, e ancor più denuncia come il clima di terrore che la sua moratoria sta instaurando stia di fatto già favorendo al ritorno dell’aborto clandestino.

Abilmente Ferrara sposa a pieno le tesi della Palombelli, si dichiara del tutto contrario all’abolizione della 194, chiede invece che venga attuata in pieno, in ogni sua parte, in modo da assistere le donne, perché la vita, le persone a cui viene negata la possibilità di vivere ecc.ecc.

Addirittura invita la Palombelli a candidarsi nella sua lista tanto sono vicini nelle loro posizioni, a detta sua.

E la Palombelli invece a sottolineare la necessità di sistema di civiltà che accolgo i bimbi, ma anche le donne/mamme, il dramma che vive una donna nell’aborto, sia esso voluto o meno.

E Ferrara giù a darle ragione, che capisce benissimo.

A quel punto la Palombelli una frecciatina la tira: capisci quasi tutto, perchè non hai figli e perchè non sei donna.

Non è un affondo, ma è sufficiente per aprire il primo spiraglio nell’armatura forgiata nella pura ipocrisia che Giuliano Ferrara porta tanto fieramente.

Quando poi gli viene chiesto come mai, per una battaglia tanto universale, abbia scelto di schierarsi a destra, ecco che le carte vengono scoperte: nell’altro schieramento sono pochi i difensori della vita.

E che diamine, la Palombelli non ci sta: se non ci sono difensori della vita, chi rimane, aspiranti assassini o suicidi?

Quello che ho visto è stato il confronto educato e competente tra due persone mosse da motivazioni ben diverse:

narcisistiche, opportunistiche ed estremamente ipocrite le une,

pratiche, appassionate, partecipate e sincere le altre.

Da una parte la furbizia dell’arroganza nel potere, dall’altra la preoccupazione di una mamma.

Il mese prossimo diventerò papà.

Francamente credo che impegnarsi nel denigrare, squalificare una legge come la 194, e ancor più accusare d’essere fiancheggiatori del più grande genocidio di tutti tempi chi la difende, non servirà a molto alla mia bambina.

Credo onestamente che potrà essere donna consapevole e, se vorrà, mamma felice solo se potrà vivere in una città che la saprà accogliere, disposta a fidarsi di lei garantendo strumenti come la 194 che le consentano una piena autodeterminazione e che la emancipino dall’ipocrita, elettoralistico, vigliacco inno alla vita dell’Elefantino Rosa